Apertura al pubblico: venerdì-sabato / 9.00-19.00 (ultimo ingresso ore 18.00)

Percorso

Percorso

Scopriamo il Forte

Planimetrie

Il fossato

L’attuale percorso espositivo

Il Forte ha pianta pentagonale: su quattro lati è circondato da un ampio fossato meno che sul quinto, il lato nord che affaccia su un orrido naturale.

Il fossato a ponente in parte ricalca quello che era il tracciato della linea difensiva fortificata dell’antica città Falerii Veteres, di cui un tratto in blocchi, risalente al V sec. a.C., è inglobato nella base di una di quelle pareti del Forte: presenta inoltre una parete tufacea di delimitazione di cui restano frammenti di loculi funerari riferibili ad antiche tombe, cunicoli di drenaggio idrico ed evidenti segni di cavatura di tufo, probabilmente finalizzata  proprio alla costruzione  delle pareti del Forte.

Il lato ad Est del fossato, che coincide con l’ingresso del forte, è circondato da mura dotate di un camminamento difensivo, il marciaronda, ad archi e coperto, destinato ad ospitare la vigilanza armata; un tempo questo cingeva quasi tutto il perimetro del fossato. Oggi ne resta in opera un tratto considerevole che congiunge l’ingresso del Forte a Via del Rivellino.

I sotterranei

Il piano interrato del Forte

Il piano interrato del Forte consisteva in origine in due lunghi corridoi sotterranei che si snodavano sotto i lati Est e Nord dell’edificio; oggi ne rimane accessibile solo uno, quello orientale, posto sotto alle celle che si aprono su quel lato nel Cortile Maggiore.

Il comodo accesso garantito da ampia cordonata è chiaro indice di destinazione d’uso a magazzini sotterranei per la conservazione di derrate non deperibili.

La ventilazione degli ambienti è assicurata da alcune prese d’aria con grate poste in alto sul lato sinistro del corridoio voltato a botte.

Una profonda scalinata scavata a dieci metri di profondità nel banco tufaceo conduce a due grandi ambienti, anch’essi scavati nel tufo.

Proseguendo, il camminamento sotterraneo mostra una serie di anfratti quadrangolari, posti ciascuno sotto a ognuna delle celle superiori di detenzione; tali vani, separati da muri a sacco, ospitavano altrettanti pozzi neri per lo scolo delle latrine dei detenuti.

Il piano terra

dalla Sala della Rotonda

attraverso un passaggio ad angoli retti, sorvegliato da finestra di avvistamento e chiuso da un portone e due cancelli, si giunge al primo dei due cortili, il Minore, di forma rettangolare con un grande vestibolo circolare in alto.

Chiamato anche Piazza d’Armi,  era sorvegliato su tre lati da postazioni di fucileria.

La lunga fila di fessure presenti sul fianco sud del cortile d’arme o cortile minore del Forte, rappresentava la postazione protetta da dove era possibile, senza essere visti ed completamente al riparo, bersagliare dall’alto con le armi da fuoco gli assalitori e/o gli assedianti.

Tali feritoie misurano cm.  30 di altezza e cm. 15 di larghezza  e presentano una forte  strombatura verso l’interno del muro per garantire il più efficace orientamento dell’arma da fuoco (archibugio) e la sua massima maneggiabilità.

Sono accessibili e praticabili percorrendo uno stretto camminamento lungo 37 metri scavato  all’interno della possente muratura della rocca.

Si tratta di un corridoio di sicurezza inglobato nella  più segreta struttura muraria del forte e per questo totalmente invisibile all’esterno; area di servizio, diremmo noi oggi, zona  sempre ispezionabile e percorribile per  sorvegliare le parti più sensibili dell’accesso della fortezza;  punto nevralgico per la gestione della sicurezza dell’intera rocca fortificata sia in tempo di pace che di guerra.

Dal cortile Minore si accede a sinistra, alla cordonata che porta al piano delle terrazze, a destra, al Cortile Maggiore a pianta rettangolare con doppie arcate sovrapposte e grande pozzo centrale.

Su tre lati si aprono 17 celle, oggi magazzini del Museo, risalenti al periodo di utilizzo del monumento a carcere. Si tratta di ambienti di piccole dimensioni (18/20 mq.) che dopo la seconda guerra mondiale hanno ospitato un gran numero di famiglie di sfollati.

A metà del lato opposto a quello d’ingresso, si apre una Cappellina, oggi sconsacrata, che era la chiesetta a servizio del carcere.

Il primo piano

il piano nobile della fortezza/palazzo

Siamo al  piano nobile della Rocca del Sangallo, un tempo sede degli appartamenti papali, degli ambienti di rappresentanza e della cappella privata del papa per le funzioni religiose.

Oggi ospita:

– il Museo archeologico dell’Agro falisco (sale I-VI lato Nord e sale VII-IX  lato Sud);

– le sale espositive per mostre temporanee;

– la sala conferenze

– il deposito materiali archeologici della città di Veio

Le sette porte che affacciano sul lato est del porticato  superiore corrispondono ad altrettante grandi stanze comunicanti che in origine, nelle intenzioni programmatiche, erano destinate ad incrementare la superficie espositiva  dell’allora neonato museo archeologico; già dagli inizi degli anni ’80 del 1900, invece, sono state utilizzate come deposito di materiali provenienti dall’area archeologica  etrusca di Veio che era stata colpita in quegli anni da un  devastante incendio; erano andati distrutti i magazzini dove era  conservato un gran numero di  reperti archeologici provenienti da scavi effettuati sia nelle necropoli di Veio sia nell’abitato urbano. Si tratta di una pregevolissima

collezione, di massima  importanza scientifica in campo etruscologico.

Il primo piano

IL MUSEO

L’attuale esposizione, completata nel 1985, comprende nove sale al primo piano del loggiato del cortile maggiore, ordinate secondo criteri di ordine topografico e cronologico. Viene privilegiato in particolar modo il centro principale del territorio, Falerii Veteres, l’odierna Civita Castellana, con le sue importanti produzioni ceramiche, dalle più antiche in impasto con decorazioni graffite e plastiche, a quelle del IV e III secolo a.C. a vernice nera, argentata, sovradipinta e a figure rosse; quest’ultima tipologia è presente con opere di altissimo livello qualitativo, come gli stamnoi del Pittore del Diespater. Non mancano le testimonianze dei numerosi santuari della città: oltre alle terrecotte architettoniche e votive, si ricorda la testa in tufo con corona di foglie di bronzo, riferibile alla statua di culto del sacello più antico (prima metà del VI sec.a.C.) del santuario di Celle. Tra le curiosità si segnala il teschio con protesi dentaria in oro proveniente  da una tomba scavata alla fine dell’800. Non meno significativi sono i reperti provenienti dagli altri importanti siti falisci, quali Corchiano, Vignanello, Nepi e Narce. Quest’ultimo centro in particolare offre interessanti testimonianze con le ricche sepolture dell’VIII e VII sec.a.C., che accolgono, accanto a belle oreficerie, a ricco vasellame di bronzo, anche alcune tra le più antiche ceramiche greche di importazione.

Le Terrazze

di fondamentale importanza

strategica per la difesa della fortezza, generalmente gli spalti superiori sono dotati di postazioni di tiro che coprono tutto il perimetro.

Il nostro forte non fa eccezione: è dotato di una piazza d’armi superiore e di terrazze bastionate munite di piazzole di posizionamento dei cannoni; la stessa cordonata di accesso al piano terrazze è funzionale al rifornimento delle munizioni per le bocche da fuoco. Oggi tali piazzole sono vuote, poiché i cannoni furono asportati nel 1860 dalle truppe francesi e trasferiti a Castel S. Angelo per arginare l’avanzata dei bersaglieri piemontesi.

Il Mastio

centro nevralgico della struttura

ed estremo baluardo di difesa, il mastio (o maschio) – in genere collocato in posizione centrale e costituito da una robusta torre – è la parte più elevata e solida della costruzione fortificata.

A pianta ottagonale e dotato anche di ponte levatoio, si connota come un gioiello dell’architettura cinquecentesca perché custodisce al suo interno una piccola residenza ‘all’antica’, sviluppata su tre livelli e certamente destinata ad abitazione.

Come testimoniato da numerosi scudi araldici in pietra e dalla scritta incisa sul portale di ingresso, papa Giulio II commissionò ad Antonio da Sangallo il giovane la realizzazione del Mastio e a Bramante la realizzazione della copertura (1506).
La scala prosegue e porta al camminamento di ronda, percorso scoperto al livello delle coperture. Da questa postazione si può godere una veduta a 360 gradi della città di Civita Castellana (fortemente connotata dalla presenza della Cattedrale, famosa per il ricco pavimento cosmatesco del XIII secolo), fino a comprendere, sullo sfondo verso Sud-est, il profilo del Monte Soratte, degli Appennini e dei monti Cimini.

Numerose sono le postazioni da fuoco su tutto il pentagono del Forte: al Puntone di San Gregorio (sud-est), al Puntone di San Pietro (nord-ovest) al l Puntone del Papa del SS. Salvatore (nord- est); alternati al Torrione di S.Maria della Rotonda (sud-est), al Torrione di Santa Maria delle rose (sud-ovest).

SALA 2

Nella citta di Falerii, nel corso del VII secolo a.C., l’insediamento urbano acquista una dimensione caratterizzata da necropoli disposte a raggiera intorno all’abitato.

Nelle camere sepolcrali, i defunti con i loro beni personali sono deposti in loculi a parete chiusi da tegole o da lastre di tufo, mentre sul pavimento si accumulano nel tempo vasi e suppellettili del corredo funebre appartenenti alle diverse sepolture.

Una delle necropoli più ricche, in uso fino alla conquista romana, è quella di Valsiarosa, che si estendeva poco lontano dal Forte Sangallo. Ad essa è dedicata questa sala.
Lo stato di conservazione degli oggetti reperiti nella tomba connotata dal n.5 di tale necropoli, rende conto della magnificenza del corredo funebre e del pregio assoluto dei monili in essa conservati: ne sono esempio: l’affibbiaglio che è un grande fermaglio utilizzato per fermare sulla spalla o sul petto il mantello della veste finemente realizzato in oro, argento ed elettro (lega d’oro ed argento. Tale monile ricorre nelle tombe principesche dell’Etruria, del Lazio e della Campania.

Il corredo si segnala anche per un altro straordinario oggetto in bronzo fuso: un elemento della bardatura equina, interpretato come distanziatore di cavalli. L’esuberante decorazione comprende figurine plastiche che propongono in chiave locale il mito di Anchise, padre di Enea, accecato dalle aquile di Zeus per avere osato, lui mortale, unirsi alla dea Afrodite.

E’ un ceto aristocratico e colto, come segnala l’uso della scrittura, quello che vive e muore nella Falerii del VII secolo a.C.
Nell’ultima vetrina della sala è presente una scelta significativa di oggetti da tombe più recenti della stessa necropoli. Tra questi va assolutamente ricordato l’eccezionale testimonianza costituita da un teschio di un uomo di circa 40 anni, con protesi dentaria in oro; si tratta di un documento più che raro, l’unica protesi fissa conosciuta, oggetto di studio da parte di ricercatori di tutto il mondo.

×

SALA 1

Le sale del Museo accolgono preziose testimonianze della cultura dei Falisci, a cominciare da quelle dell’antica Falerii (l’odierna Civita Castellana), il cui nome è ricordato spesso dagli scrittori antichi per la sua alleanza con gli Etruschi contro il nemico comune, Roma. A Roma, la città di Falerii si oppose tenacemente fino alla sua distruzione nel 241 a. C. Percorrendo le sale espositive, la ricchezza di questa potente città emerge dai corredi funerari, dalle manifestazioni del sacro, dalle produzioni artistiche che ne hanno segnato la storia. Fin dall’età più antica, infatti, la città ha dato vita ad una importante produzione di ceramica, organizzata in botteghe altamente specializzate, i cui prodotti venivano anche esportati. Tra i vasi in impasto che componevano i corredi funerari dell’VIII e del VII secolo a.C., esposti in questa prima sala, si notano forme e decorazioni tipiche, che si riflettono anche nelle produzioni delle popolazioni vicine. Tra le forme spicca l’holmos, vaso dalla struttura complessa, articolata in tre o più parti: aveva la funzione di sorreggere il vaso (generalmente un’olla o un lebete) con il vino, miscelato ad acqua e spezie, destinato al simposio. Come in tutte le comunità del mondo antico, anche tra i Falisci la distribuzione e il consumo del vino rappresentavano un momento importante della vita sociale, sia nel banchetto aristocratico, sia nelle cerimonie funebri o religiose. L’insieme del sostegno e dell’olla richiama i grandi sostegni in bronzo di tradizione orientale, noti anche in tombe principesche dell’Etruria e del Lazio. La presenza di un holmos in un corredo funerario è quindi indizio certo di un livello sociale elevato, dunquestatus symbol da ostentare. Ma la produzione vascolare è ricca anche di altre forme tipiche, come quella del kantharos con anse decorate da motivi plastici, generalmente una testa di ariete, o come quella della situla con ansa ‘a ponte’, una sorta secchiello destinato a contenere acqua o latte. Il repertorio decorativo, realizzato ad incisione, comprende, vicino ai motivi geometrici, elementi figurativi peculiari quali il cavallo, il pesce, l’uccello dal becco adunco.

×

SALA 3

Tra il VI ed il V secolo a.C. , con l’arrivo dei vasi greci , si assiste, sia tra i Falisci che tra le altre popolazioni dell’Italia centrale e tiberina, ad una vera e propria trasformazione de del corredo funebre.

Anche se il banchetto funebre resta sempre il cuore delle cerimonie che accompagnano l’ultimo viaggio, il vasellame di produzione locale in impasto è ora sostituito da vasi figurati importati dalla Grecia, e da manufatti in bronzo proveniente dall’Etruria, in particolare da Vulci e da Orvieto.

La classe dominante costituita da un ceto aristocratico è stata sostituita da una società più articolata, opulenta e profondamente ellenizzata.

Ciò che contribuisce a questa trasformazione è senz’altro l’arrivo, sempre più consistente sia a Falerii, che in Etruria, di ceramica attica a figure rosse.

I ricchi corredi funebri di questo periodo annoverano suppellettili di pregio e strumenti per il consumo del vino e della carne come testimonianza di una società che assegnava grande rilevanza sociale al banchetto in quanto occasione di ostentazione dello status della famiglia e delle sue capacità economiche.

Tra gli oggetti di interesse il cosiddetto graffione, utensile usato per infilzare e cuocere pezzi di carne sul fuoco o recuperarli dai calderoni in cui erano stati cotti.

Il vasellame da mensa, documentato in svariate tombe, è costituito, oltre che da grandi contenitori per il vino, i crateri o gli stamnoi in bronzo, da diversi utensili ampiamente documentati in questa sala: il colino che serviva per filtrare il vino dalle spezie che lo aromatizzavano ed il mestolo, presente in due diverse misure, per distribuire le bevande; in ultimo leggerissime coppe figurate di importazione.

Completano il set brocchette di dimensioni diverse: come per i mestoli, è evidente che le differenti misure siano in rapporto con le diverse esigenze della mescita del vino, bevanda ad altissima gradazione alcolica (dovuta ad una vendemmia tardiva) che raramente si beveva assoluto. Le fonti antiche ci indicano le proporzioni ideali per la mescolanza del vino e dell’acqua usate nei conviti greci e romani.

Gli altri oggetti presenti in questo come in altri corredi funebri dello stesso periodo fanno riferimento ad aspetti di vita sociale di una collettività incline all’intrattenimento ludico ed alla cura del corpo; ciò documentato dalla presenza di pedine in pietra colorata riferibili al gioco del filetto e dai numerosi specchi di produzione etrusca oltre che dagli strigili (strumenti di bronzo o di ferro usati per detergere il corpo).

Talvolta la decorazione dei vasi evoca il tema stesso del simposio con la rappresentazione di Dioniso, dio del vino, circondato da ninfe e satiri figure mitologiche a lui direttamente riferite.

×

SALA 4

In questa piccola sala è riproposta una ricostruzione ideale di una tomba di eccezionale importanza: la Tomba dei sarcofagi di legno, venuta alla luce a seguito di uno scavo effettuato alla fine dell’800 nel cuore della necropoli della Penna, che si sviluppava in prossimità del Forte, negli spazi oggi occupati da un grande parcheggio.

Questa tomba documenta come fin dal VII secolo a.C., le famiglie più ricche di Falerii adottarono le tombe a camera scavate nel banco di tufo e svilupparono un tipo proprio del territorio falisco, cioè la tomba a camera con loculi in parete, nel tempo sempre più numerosi per accogliere i membri di una famiglia allargata.

Tuttavia la tomba a camera non sostituì subito e integralmente la sepoltura in fossa: il ceto più conservatore, legato alla tradizione, infatti, continuò a seppellire fino alla fine del VII secolo in fosse profonde, dotate talora di uno spazio per il corredo funebre.

La Tomba dei sarcofagi di legno rappresenta un momento di cambiamento, di evoluzione: non è più una fossa ma non ha ancora la struttura architettonica compiuta della tomba a camera, soprattutto per quanto riguarda l’accesso. Manca infatti il corridoio di ingresso e l’accesso avviene dall’alto attraverso una fossa che precede la cameretta.

Si trattava di una tomba ricca, destinata ad una coppia, probabilmente marito e moglie: ce lo dimostra quel poco che rimane del corredo personale, soprattutto della defunta che indossava fermatrecce in oro e monili in ambra e pietre pregiate.

Sul bacino, in una posizione costantemente adottata nelle sepolture dei Falisci, era poggiato uno scudo in terracotta, a testimoniare l’appartenenza dei defunti ad un alto rango sociale.

×

SALA 5

I contatti sempre più stretti di Falerii con il mondo greco, hanno indubbiamente favorito la nascita a di una produzione di ceramica figurata; fin dall’inizio del IV secolo a.C. infatti numerosi ceramisti e pittori greci e magno-greci si sono trasferiti in territorio falisco, dando vita a una produzione vascolare estremamente sofisticata che si è specializzata nella decorazione a figure rosse, che, nella fase più antica, ha prodotto veri e propri capolavori; si hanno inoltre vasi a vernice nera, prodotti in serie ed esportati anche presso territori limitrofi e vasi cosiddetti ‘argentati’, con la superficie trattata ad imitazione di vasellame metallico.

In questa sala è documentata la produzione del cosiddetto Pittore del Diespater riconosciuto maestro della produzione ceramografia falisca, vicino ai pittori greci a lui contemporanei. Il riferimento diretto a Giove padre è riscontrabile in una scritta presente sul margine superiore della la scena rappresentata sul corpo di vasi dipinti: le sue immagini, contraddistinte da scene generalmente poco affollate e caratterizzate da marcata eleganza compositiva, riguardano prevalentemente divinità, spesso serenamente avvinte alle fanciulle o ai fanciulli da loro amati.

I vasi rinvenuti sono spesso in coppia e dipinti con soggetti uguali, tanto che si parla di vasi gemelli come nell’altro caso di vasi del pittore del Diespater che riporta una delle raffigurazioni più diffuse tra i vasi di produzione Falisca, quella di Dioniso e dell’amata Arianna .

Particolarmente fiorente era anche la produzione di terrecotte architettoniche; Falerii è un caso esemplare per la quantità e la qualità delle matrici che ha restituito per la produzione delle decorazioni fittili dei templi.

In particolare, nel santuario di Vignale vi erano attive botteghe che per lungo tempo hanno prodotto terrecotte anche per altri santuari della città.

Il prestigio dell’officina è provato anche dall’ottima fattura della matrice di una testa maschile stilisticamente databile tra la fine del V e il IV secolo a.C., che, viste le sue grandi dimensioni, sembra riferibile ad una statua più che ad una testa votiva.

Le teste votive, tra le più antiche conosciute, sono una delle più importanti manifestazioni della devozione dei fedeli in questo santuario.

Il santuario di Celle, sacro a Giunone Curite, frequentato anche dal poeta Ovidio che ci descrive la processione sacra, ci consegna invece una rara testimonianza di statua di culto del VI secolo a.C.: la testa in tufo con corona di foglie di bronzo.

Nella vetrina di sinistra, sono conservati alcune delle ultime new entry nella collezione museale. Si tratta di una serie di antefisse (decorazioni terminali dei coppi del tetto), a forma di testa di sileno e di menade (figure mitologiche riferibili al culto di Dioniso), posti al centro di grandi ‘ventagli’ a petali colorati, detti nimbi. Altre antefisse raffigurano Giunone Sospita o Grifoni alati.

Provengono da uno scavo effettuato nel 1998 all’interno di Civita Castellana e testimoniano la presenza di un altro tempio cittadino, precedentemente non noto.

×

SALA 6

Corchiano e le testimonianze archeologiche del ceto medio (colini e vasellame fittile ad imitazione del bronzo; dadi da gioco e pedine fittili invece di pietre colorate)

Sotto il controllo di Falerii fiorirono a nord altri importanti insediamenti come Vignanello e Corchiano che hanno seguito le sorti del centro dominante, declinando rapidamente dopo la conquista romana.
Questa sala è dedicata in particolare a Corchiano, che ha accolto fin dal VI secolo a.C. anche Etruschiben integrati nella comunità falisca. Osservando i corredi funerari esposti si colgono alcuni aspetti peculiari della società e della cultura locale.

Abbiamo un’olla di bucchero della fine del VI secolo a.C. con i resti cremati di un individuo adulto di sesso maschile. Non è l’unico esempio dell’uso, seppure sporadico, della cremazione, che si affianca nelle tombe a camera al rito della inumazione. Il fenomeno è noto anche altrove ma a Corchiano l’uso di contenitori modesti, come in questo caso, o addirittura l’assenza di un contenitore delle ceneri, la posizione marginale all’interno del sepolcro, la mancanza di corredo, fanno pensare a personaggi di estrazione sociale più umile rispetto ai defunti titolari della tomba.

Osserviamo ancora in questa stessa vetrina oggetti particolari in ceramica argentata, ad uso prevalentemente femminile: figurine ammantate interpretate come strumenti per la cura della persona e i cosiddetti sostegni a testa femminile. Sono, questi, elementi ricorrenti nei corredi funerari a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C., espressione di una società nella quale gli inevitabili fenomeni di integrazione sociale determinano la nascita e la formazione del ceto medio.

Proprio questa nuova classe sociale, che emula l’aristocrazia, ed ostenta il benessere conquistato, inserisce nel corredo funebre oggetti e vasi in terracotta che riproducono, a volte solo all’apparenza, il vasellame da banchetto in bronzo. Gli stessi colini esposti non sono funzionanti, presentano infatti dei fori finti.

Nelle necropoli di Corchiano sono comunque presenti tombe appartenenti a persone di rango elevato: ne sono unna testimonianza i vasi di importazione greca, i ricchi monili purtroppo perduti, i bronzi che evocano il rituale del banchetto.

Sul fondo della camera, su un pilastrino, era un vaso falisco a figure rosse di pregevole soggetto mitologico-narrativo, certamente un vaso realizzato su commissione; la particolare posizione assegnata all’interno del sepolcro e il tema decorativo rappresentato, la storia di Telefo e Oreste, sottolineano la volontà del defunto di ricollegarsi ad un ideale eroico di tipo ellenizzante.

×

SALA 7

La Sala 7 continua ed integra l’esposizione sui santuari urbani ed extraurbani di Falerii Veteres, esponendo alcune ricostruzioni delle decorazioni esterne in terracotta policroma di due dei maggiori templi della capitale falisca, quello di Vignale (località posta su un pianoro al di fuori delle mura cittadine) e quello dello Scasato, posto invece all’interno della città.

Si tratta di lastre di terracotta, ascrivibili al V sec. a.C., caratterizzate da decorazioni architettoniche a rilievo ed originariamente dipinte a vivaci colori poste a copertura delle pareti esterne e degli spioventi del tetto degli edifici sacri.

×

SALA 8

Bambine, spose, madri: le tappe fondamentali della vita di una donna si riflettono nei corredi funerari e nei santuari dei Falisci. Alla donna è dedicata questa sala con testimonianze da Narce, il sito dove è stato possibile distinguere sepolture di bambine e fanciulle da quelle di donne adulte.

Nella gran parte dei casi si tratta di sepolture di “piccole donne” che non hanno raggiunto neanche raggiunto l’età adolescenziale che coincideva con l’età da matrimonio.

La maternità poteva essere molto rischiosa soprattutto in età avanzata quale, per l’epoca, erano i 30-40 anni. E’ questa l’età di una donna di alto rango in avanzato stato di gravidanza, cremata, insieme al feto, nella prima metà dell’VIII secolo a.C.

Il corredo funebre comprendeva non solo gli ornamenti della donna, ma anche i monili miniaturizzati dell’infante, forse venuto alla luce prematuramente e sepolto con la madre con tutti gli onori del rango.

Un altro straordinario esempio di legame familiare ci mostra una madre e una figlia sepolte insieme; entrambe indossavano monili preziosi quali pendenti di ambra a foggia di figurine femminili nude con le mani sul ventre e di scimmietta; ancora amuleti a cui si attribuiva la funzione di proteggere la fertilità e dunque la continuazione della stirpe nel matrimonio.

Anche gli strumenti del lavoro femminile, un fuso, una forcella per tessere e un pendente a pettine utilizzato nella cardatura della lana, contraddistinguono esclusivamente la “madre” che, con le nozze, è divenuta la signora della casa, preposta alla gestione delle attività produttrici, soprattutto nel campo della tessitura.

I fusi e le conocchie in pregiata lamina di bronzo, simbolo di elevata condizione sociale, sono deposti lungo i fianchi della defunta, in posizione di utilizzo. La cerimonia funebre esalta dunque il ruolo di filatrice, soprattutto in sepolture di particolare rango, caratterizzate anche da ornamenti e oggetti di pregio, come è possibile vedere nelle altre vetrine.

Verso la fine dell’VIII secolo a.C. l’accumulo di ricchezza nelle tombe femminili raggiunge a Narce picchi eccezionali, ben esemplificati dal corredo della defunta esposto nella vetrina centrale, con monili sontuosi e altri elementi distintivi del rango come il flabello e il vasellame in bronzo. La defunta, riccamente abbigliata, era distesa su un telo decorato lungo i margini da placchette di bronzo con bottone d’ambra, un apprestamento prezioso, certo collegato con la pompa funebre e con l’esposizione della salma.

Di grande rilievo è la presenza del calesse, carro da trasporto utilizzato sia nella cerimonia nuziale che in quella funebre, status symbol allusivo anche ai diversi passaggi dell’esistenza femminile fino a quello verso la vita ultraterrena.

×

SALA 9

La produzione degli impasti incisi trova nella cultura falisca del VII secolo a.C. un’ampia gamma di manifestazioni a livello locale.

A Narce, in particolare, si osservano creatività nella scelta delle forme e delle decorazioni come pure voglia di sperimentazione tecnica con vasi in impasto che si avvicinano alle produzioni in bucchero.

Tra le testimonianze più significative di questo impegno artigianale spiccano due grandi vasi biconici, opera di uno stesso artista: si tratta di vasi unici per la decorazione figurata che si allontana dagli schemi fissi adottati in altre produzioni e rivela piuttosto un intento narrativo; in particolare nel biconico con manico verticale il fregio in alto è decorato con una scena di caccia, dove la figura umana affronta esseri mostruosi, probabilmente leoni alati, mentre nel fregio inferiore sembrerebbe rappresentata una danza armata.

Nell’altro vaso è una serie di cavalli alati, unica rappresentazione del tipo a Narce.

L’artigiano ha adottato in maniera molto personale la tecnica dell’excisione, raramente attestata a Narce, che consiste nello scavare la superficie del vaso per realizzare la decorazione, arricchita abitualmente dal colore aggiunto rosso e bianco.

In questo caso il segno exciso è particolarmente sottile, poco adatto ad accogliere il colore ma è probabile che si tratti di un artificio voluto per creare un effetto coloristico nel contrasto tra la scabrosità della decorazione e la superficie lucida del resto del vaso.

Da sempre il rito ha rappresentato una parte fondamentale nella celebrazione delle cerimonie, sia nel culto dei morti sia in quello che regola il rapporto tra gli uomini e la divinità.

Spesso la presenza di santuari e di aree sacre nel territorio sono rese evidenti dalla scoperta di ex-voto. A Narce un importante santuario sulla sponda del fiume Treja ha restituito un complesso di offerte votive, solo in piccola parte esposte.

Gli oggetti, distribuiti in un arco di tempo molto ampio tra il V e il II secolo a.C., sono riferibili ad un culto legato a divinità femminili, di cui ignoriamo il nome. Certamente però vi erano venerate Demetra e la figlia Persefone.

Nella seconda metà del III secolo a.C., alle soglie della romanizzazione, sicuramente le dee titolari del santuario erano Minerva Maia e Fortuna, i cui nomi erano scritti su due altarini di tufo.

In ogni caso,in ogni momento della storia del santuario, il culto era indirizzato alla tutela della famiglia, nucleo portante della società, in tutte le fasi della sua formazione e crescita.

Attraverso il tempo si colgono le trasformazioni del culto anche nella tipologia delle offerte votive. Nelle fasi più antiche, del V e IV secolo a.C. i busti e le teste femminili sottolineano con i loro diademi e i monili (collane e orecchini) l’appartenenza ad un ceto urbano abbiente che offre alla divinità la propria immagine riccamente abbigliata per celebrare il passaggio all’età adulta con le nozze.

Nelle fasi più recenti il tema della protezione dell’infanzia prende il sopravvento; una particolare attenzione è indirizzata allo sviluppo della prole, della quale si colgono tutti i passaggi vitali: dalla nascita , con l’offerta di statue di infanti fasciati, a quella del progresso motorio nel secondo semestre di vita, con i bambini accovacciati, e infine alla fase del pieno possesso delle capacità di deambulazione con le statue di bambini stanti.

Uno degli aspetti più rilevanti di questo santuario è però quello della celebrazione del rito da parte dell’officiante in cerimonie che prevedevano l’uccisione di animali, la cottura delle carni, la distribuzione delle parti edibili tra i partecipanti al rito e infine l’offerta alla divinità di piccole porzioni del rimanente.

Eccezionale è la scoperta dello strumentario utilizzato dal sacerdote per queste cerimonie: una coppia di alari in ferro e le pinze da fuoco rinvenute nella posizione originale sopra un grande piatto vassoio, così come è esposto in vetrina.

×

BASTIONE DELLA ROTONDA

Al centro della Rotonda è presente la cassa di un sarcofago ricavata da un monolite di tufo che pesa più di 1000 chili. E’ stata rinvenuta nel 2012 a Narce, centro principale del territorio falisco meridionale. Il sarcofago presenta una singolare caratteristica sul fondo: una sottile scanalatura, ottenuta a scalpello, collegata ad un foro ricavato nel lato breve della cassa. Tale accorgimento doveva favorire il deflusso dei residui organici del corpo e la loro fuoriuscita attraverso il foro della cassa; ne è la prova la forma a Y ove il punto di congiunzione dei due segmenti superiori è idealmente riferibile al bacino del defunto. Questa particolare cura nella predisposizione della sepoltura lascia supporre che il corpo del defunto sia rimasto per un breve periodo esposto all’interno del sarcofago prima della chiusura. La perdita dei liquidi, ritenuti impuri, avrebbe permesso di mantenere il corpo in un migliore stato di conservazione in questo lasso di tempo, ma anche di purificarlo simbolicamente prima della chiusura definitiva del sepolcro.

×