Apertura al pubblico: martedì-domenica / 9.00-19.00

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Forte Sangallo

Museo Archeologico Agro Falisco

Il Forte Sangallo

Benvenuti

Il Forte Sangallo
Una Fortezza in forma di Palazzo

Benvenuti al Forte Sangallo, l’imponente rocca fortificata di Civita Castellana che è certamente da considerare tra le più importanti e meglio conservate opere militari realizzate dallo Stato pontificio tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500.

Edificata sui resti di una preesistente rocca medievale, già strategicamente posta a difesa della parte dell’abitato più vulnerabile date le sue caratteristiche morfologiche, per secoli ha difeso e reso inespugnabile la citta di Civita Castellana e, al tempo stesso, ha testimoniato vistosamente la presenza del potere pontificio sul territorio.

La sua costruzione prese avvio per volontà di Alessandro VI Borgia nel 1495, qualche anno dopo la sua ascesa al soglio di San Pietro, e rientrava nel più vasto progetto di miglioramento e potenziamento delle rocche difensive che perimetravano lo Stato pontificio, all’epoca in grande espansione.

A progettare e ad avviare la costruzione dell’ambiziosa opera fu il celebre architetto e ingegnere militare Antonio Giamberti da Sangallo, detto il Vecchio (1455-1535).
La rocca resterà alla storia come uno dei suoi massimi capolavori.

Alla morte di Alessandro VI il cantiere passò nelle mani del suo successore, Giuliano Della Rovere, divenuto papa il 5 ottobre 1503 col nome di Giulio II, che completò la fabbrica affidandosi ad un altro direttore dei lavori, l’architetto Antonio da Sangallo il Giovane (1484-1546).

Due caratteristiche di fondo fanno della rocca borgiana un modello emblematico del primissimo Rinascimento italiano e la consacrano come un monumento ‘moderno’: i sistemi difensivi innovativi, adeguati alle mutate tecniche di guerra che prevedevano oramai l’uso delle armi da fuoco; la sua contemporanea funzione di solenne residenza papale, poiché ingloba al piano nobile ambienti ad uso abitativo residenziale destinati al papa ed alla sua corte.

Resterà dimora papale fino agli inizi del 1800, dopo di che sarà usata come carcere politico e dal 1846 al 1861 come carcere militare; a partire dal 1905 casa circondariale del Regno d’Italia.
Il lungo periodo di decadenza seguito alla dismissione del carcere (1961) terminerà alla fine degli anni Sessanta del Novecento con il restauro conservativo dell’edificio e la destinazione a sede del Museo Archeologico dell’Agro Falisco (1985).

Al Museo

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Il museo

Il Museo Archeologico dell’Agro Falisco

Vista la straordinaria ricchezza di materiali archeologici rinvenuti nel territorio falisco nel corso delle sistematiche campagne di scavo effettuate sul posto a partire dagli ultimi decenni del 1800, risale al 1965 la decisione di conferire al grandioso complesso architettonico del Forte Sangallo, oramai divenuto di proprietà demaniale, destinazione museale.

Il restauro conservativo del grandioso edificio, estremamente impegnativo e attuato in due distinte fasi lavorative, ebbe l’obiettivo di recuperare, per quanto possibile, l’originaria dignità strutturale e funzionale della rocca rinascimentale eliminando innanzitutto le sopraelevazioni e le superfetazioni realizzate negli ultimi due secoli in cui l’edificio era a tutti gli effetti un istituto di detenzione e pena; furono eliminati “gli orti di guerra”, allestiti durante il secondo conflitto mondiale sulle terrazze, bonificate le coperture pesantemente danneggiate da tale uso improprio e diserbate le murature dalla vegetazione infestante; furono risanati i solai, i paramenti murali e gli intonaci esterni ed interni; ripristinate le murature dei bastioni e dei camminamenti di ronda; ripavimentati i cortili; consolidati i due ordini di arcate del cortile d’onore e restaurati gli affreschi cinquecenteschi presenti nei sottarchi al piano terra.

Nel 1977 fu inaugurato, con l’esposizione di un primo significativo nucleo di materiali, il Museo Archeologico dell’Agro Falisco, poi ampliato nel 1985 ed ubicato nelle grandi sale del piano nobile del palazzo, l’appartamento di papa Alessandro VI Borgia.

L’attuale percorso espositivo del Museo archeologico dell’Agro Falisco si articola in nove sale, situate al piano nobile del palazzo, esattamente negli ambienti che nascono come gli appartamenti papali, allestite secondo criteri di ordine topografico e cronologico.

Vi è documentata la ricca produzione ceramica del centro principale del territorio, Falerii Veteres, l’odierna Civita Castellana, con testimonianze che vanno dai reperti più antichi a decorazioni graffite e plastiche, a quelli del IV e III secolo a.C., realizzati a vernice nera, argentata, sovradipinta e a figure rosse, quest’ultima presente con opere di altissimo livello qualitativo.

Non mancano oggetti provenienti dai diversi santuari della città e del territorio. Oltre alle terrecotte architettoniche e a quelle votive, significative sono le testimonianze e i reperti relativi alle sfere di influenza dei diversi culti, tra cui quelli di Apollo, Minerva, Giunone, Mercurio, e di altre divinità associate. Tali culti sono documentabili sin dalle fasi più antiche dello sviluppo dell’Agro Falisco e del centro urbano di Falerii Veteres.

Non meno rappresentativi della ricchezza archeologica del territorio falisco, sono i reperti provenienti da altri importanti siti, quali Corchiano e Narce. Da quest’ultimo centro, in particolare dalle sepolture risalenti all’VIII e VII sec.a.C., proviene del pregevole vasellame in bronzo ed alcune tra le più antiche ceramiche greche d’importazione.

Come raggiungerci

Informazioni

Location

Indirizzo:

Via del Forte n°1

01033 Civita Castellana (VT)

Telefono:

0761 513735

Orario

Di visita:

Dal martedì alla domenica 9.00-19.00.

Con ingresso ogni ora per gruppi di max 30 persone.

Di chiusura:

Lunedì.

Il 1 gennaio, il 1 maggio e il 25 dicembre, salvo aperture straordinarie su progetto MiBACT

Il Forte ritrovato

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SALA 2

Nella citta di Falerii, nel corso del VII secolo a.C., l’insediamento urbano acquista una dimensione caratterizzata da necropoli disposte a raggiera intorno all’abitato.

Nelle camere sepolcrali, i defunti con i loro beni personali sono deposti in loculi a parete chiusi da tegole o da lastre di tufo, mentre sul pavimento si accumulano nel tempo vasi e suppellettili del corredo funebre appartenenti alle diverse sepolture.

Una delle necropoli più ricche, in uso fino alla conquista romana, è quella di Valsiarosa, che si estendeva poco lontano dal Forte Sangallo. Ad essa è dedicata questa sala.
Lo stato di conservazione degli oggetti reperiti nella tomba connotata dal n.5 di tale necropoli, rende conto della magnificenza del corredo funebre e del pregio assoluto dei monili in essa conservati: ne sono esempio: l’affibbiaglio che è un grande fermaglio utilizzato per fermare sulla spalla o sul petto il mantello della veste finemente realizzato in oro, argento ed elettro (lega d’oro ed argento. Tale monile ricorre nelle tombe principesche dell’Etruria, del Lazio e della Campania.

Il corredo si segnala anche per un altro straordinario oggetto in bronzo fuso: un elemento della bardatura equina, interpretato come distanziatore di cavalli. L’esuberante decorazione comprende figurine plastiche che propongono in chiave locale il mito di Anchise, padre di Enea, accecato dalle aquile di Zeus per avere osato, lui mortale, unirsi alla dea Afrodite.

E’ un ceto aristocratico e colto, come segnala l’uso della scrittura, quello che vive e muore nella Falerii del VII secolo a.C.
Nell’ultima vetrina della sala è presente una scelta significativa di oggetti da tombe più recenti della stessa necropoli. Tra questi va assolutamente ricordato l’eccezionale testimonianza costituita da un teschio di un uomo di circa 40 anni, con protesi dentaria in oro; si tratta di un documento più che raro, l’unica protesi fissa conosciuta, oggetto di studio da parte di ricercatori di tutto il mondo.

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SALA 1

Le sale del Museo accolgono preziose testimonianze della cultura dei Falisci, a cominciare da quelle dell’antica Falerii (l’odierna Civita Castellana), il cui nome è ricordato spesso dagli scrittori antichi per la sua alleanza con gli Etruschi contro il nemico comune, Roma. A Roma, la città di Falerii si oppose tenacemente fino alla sua distruzione nel 241 a. C. Percorrendo le sale espositive, la ricchezza di questa potente città emerge dai corredi funerari, dalle manifestazioni del sacro, dalle produzioni artistiche che ne hanno segnato la storia. Fin dall’età più antica, infatti, la città ha dato vita ad una importante produzione di ceramica, organizzata in botteghe altamente specializzate, i cui prodotti venivano anche esportati. Tra i vasi in impasto che componevano i corredi funerari dell’VIII e del VII secolo a.C., esposti in questa prima sala, si notano forme e decorazioni tipiche, che si riflettono anche nelle produzioni delle popolazioni vicine. Tra le forme spicca l’holmos, vaso dalla struttura complessa, articolata in tre o più parti: aveva la funzione di sorreggere il vaso (generalmente un’olla o un lebete) con il vino, miscelato ad acqua e spezie, destinato al simposio. Come in tutte le comunità del mondo antico, anche tra i Falisci la distribuzione e il consumo del vino rappresentavano un momento importante della vita sociale, sia nel banchetto aristocratico, sia nelle cerimonie funebri o religiose. L’insieme del sostegno e dell’olla richiama i grandi sostegni in bronzo di tradizione orientale, noti anche in tombe principesche dell’Etruria e del Lazio. La presenza di un holmos in un corredo funerario è quindi indizio certo di un livello sociale elevato, dunquestatus symbol da ostentare. Ma la produzione vascolare è ricca anche di altre forme tipiche, come quella del kantharos con anse decorate da motivi plastici, generalmente una testa di ariete, o come quella della situla con ansa ‘a ponte’, una sorta secchiello destinato a contenere acqua o latte. Il repertorio decorativo, realizzato ad incisione, comprende, vicino ai motivi geometrici, elementi figurativi peculiari quali il cavallo, il pesce, l’uccello dal becco adunco.

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SALA 3

Tra il VI ed il V secolo a.C. , con l’arrivo dei vasi greci , si assiste, sia tra i Falisci che tra le altre popolazioni dell’Italia centrale e tiberina, ad una vera e propria trasformazione de del corredo funebre.

Anche se il banchetto funebre resta sempre il cuore delle cerimonie che accompagnano l’ultimo viaggio, il vasellame di produzione locale in impasto è ora sostituito da vasi figurati importati dalla Grecia, e da manufatti in bronzo proveniente dall’Etruria, in particolare da Vulci e da Orvieto.

La classe dominante costituita da un ceto aristocratico è stata sostituita da una società più articolata, opulenta e profondamente ellenizzata.

Ciò che contribuisce a questa trasformazione è senz’altro l’arrivo, sempre più consistente sia a Falerii, che in Etruria, di ceramica attica a figure rosse.

I ricchi corredi funebri di questo periodo annoverano suppellettili di pregio e strumenti per il consumo del vino e della carne come testimonianza di una società che assegnava grande rilevanza sociale al banchetto in quanto occasione di ostentazione dello status della famiglia e delle sue capacità economiche.

Tra gli oggetti di interesse il cosiddetto graffione, utensile usato per infilzare e cuocere pezzi di carne sul fuoco o recuperarli dai calderoni in cui erano stati cotti.

Il vasellame da mensa, documentato in svariate tombe, è costituito, oltre che da grandi contenitori per il vino, i crateri o gli stamnoi in bronzo, da diversi utensili ampiamente documentati in questa sala: il colino che serviva per filtrare il vino dalle spezie che lo aromatizzavano ed il mestolo, presente in due diverse misure, per distribuire le bevande; in ultimo leggerissime coppe figurate di importazione.

Completano il set brocchette di dimensioni diverse: come per i mestoli, è evidente che le differenti misure siano in rapporto con le diverse esigenze della mescita del vino, bevanda ad altissima gradazione alcolica (dovuta ad una vendemmia tardiva) che raramente si beveva assoluto. Le fonti antiche ci indicano le proporzioni ideali per la mescolanza del vino e dell’acqua usate nei conviti greci e romani.

Gli altri oggetti presenti in questo come in altri corredi funebri dello stesso periodo fanno riferimento ad aspetti di vita sociale di una collettività incline all’intrattenimento ludico ed alla cura del corpo; ciò documentato dalla presenza di pedine in pietra colorata riferibili al gioco del filetto e dai numerosi specchi di produzione etrusca oltre che dagli strigili (strumenti di bronzo o di ferro usati per detergere il corpo).

Talvolta la decorazione dei vasi evoca il tema stesso del simposio con la rappresentazione di Dioniso, dio del vino, circondato da ninfe e satiri figure mitologiche a lui direttamente riferite.

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SALA 4

In questa piccola sala è riproposta una ricostruzione ideale di una tomba di eccezionale importanza: la Tomba dei sarcofagi di legno, venuta alla luce a seguito di uno scavo effettuato alla fine dell’800 nel cuore della necropoli della Penna, che si sviluppava in prossimità del Forte, negli spazi oggi occupati da un grande parcheggio.

Questa tomba documenta come fin dal VII secolo a.C., le famiglie più ricche di Falerii adottarono le tombe a camera scavate nel banco di tufo e svilupparono un tipo proprio del territorio falisco, cioè la tomba a camera con loculi in parete, nel tempo sempre più numerosi per accogliere i membri di una famiglia allargata.

Tuttavia la tomba a camera non sostituì subito e integralmente la sepoltura in fossa: il ceto più conservatore, legato alla tradizione, infatti, continuò a seppellire fino alla fine del VII secolo in fosse profonde, dotate talora di uno spazio per il corredo funebre.

La Tomba dei sarcofagi di legno rappresenta un momento di cambiamento, di evoluzione: non è più una fossa ma non ha ancora la struttura architettonica compiuta della tomba a camera, soprattutto per quanto riguarda l’accesso. Manca infatti il corridoio di ingresso e l’accesso avviene dall’alto attraverso una fossa che precede la cameretta.

Si trattava di una tomba ricca, destinata ad una coppia, probabilmente marito e moglie: ce lo dimostra quel poco che rimane del corredo personale, soprattutto della defunta che indossava fermatrecce in oro e monili in ambra e pietre pregiate.

Sul bacino, in una posizione costantemente adottata nelle sepolture dei Falisci, era poggiato uno scudo in terracotta, a testimoniare l’appartenenza dei defunti ad un alto rango sociale.

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SALA 5

I contatti sempre più stretti di Falerii con il mondo greco, hanno indubbiamente favorito la nascita a di una produzione di ceramica figurata; fin dall’inizio del IV secolo a.C. infatti numerosi ceramisti e pittori greci e magno-greci si sono trasferiti in territorio falisco, dando vita a una produzione vascolare estremamente sofisticata che si è specializzata nella decorazione a figure rosse, che, nella fase più antica, ha prodotto veri e propri capolavori; si hanno inoltre vasi a vernice nera, prodotti in serie ed esportati anche presso territori limitrofi e vasi cosiddetti ‘argentati’, con la superficie trattata ad imitazione di vasellame metallico.

In questa sala è documentata la produzione del cosiddetto Pittore del Diespater riconosciuto maestro della produzione ceramografia falisca, vicino ai pittori greci a lui contemporanei. Il riferimento diretto a Giove padre è riscontrabile in una scritta presente sul margine superiore della la scena rappresentata sul corpo di vasi dipinti: le sue immagini, contraddistinte da scene generalmente poco affollate e caratterizzate da marcata eleganza compositiva, riguardano prevalentemente divinità, spesso serenamente avvinte alle fanciulle o ai fanciulli da loro amati.

I vasi rinvenuti sono spesso in coppia e dipinti con soggetti uguali, tanto che si parla di vasi gemelli come nell’altro caso di vasi del pittore del Diespater che riporta una delle raffigurazioni più diffuse tra i vasi di produzione Falisca, quella di Dioniso e dell’amata Arianna .

Particolarmente fiorente era anche la produzione di terrecotte architettoniche; Falerii è un caso esemplare per la quantità e la qualità delle matrici che ha restituito per la produzione delle decorazioni fittili dei templi.

In particolare, nel santuario di Vignale vi erano attive botteghe che per lungo tempo hanno prodotto terrecotte anche per altri santuari della città.

Il prestigio dell’officina è provato anche dall’ottima fattura della matrice di una testa maschile stilisticamente databile tra la fine del V e il IV secolo a.C., che, viste le sue grandi dimensioni, sembra riferibile ad una statua più che ad una testa votiva.

Le teste votive, tra le più antiche conosciute, sono una delle più importanti manifestazioni della devozione dei fedeli in questo santuario.

Il santuario di Celle, sacro a Giunone Curite, frequentato anche dal poeta Ovidio che ci descrive la processione sacra, ci consegna invece una rara testimonianza di statua di culto del VI secolo a.C.: la testa in tufo con corona di foglie di bronzo.

Nella vetrina di sinistra, sono conservati alcune delle ultime new entry nella collezione museale. Si tratta di una serie di antefisse (decorazioni terminali dei coppi del tetto), a forma di testa di sileno e di menade (figure mitologiche riferibili al culto di Dioniso), posti al centro di grandi ‘ventagli’ a petali colorati, detti nimbi. Altre antefisse raffigurano Giunone Sospita o Grifoni alati.

Provengono da uno scavo effettuato nel 1998 all’interno di Civita Castellana e testimoniano la presenza di un altro tempio cittadino, precedentemente non noto.

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SALA 6

Corchiano e le testimonianze archeologiche del ceto medio (colini e vasellame fittile ad imitazione del bronzo; dadi da gioco e pedine fittili invece di pietre colorate)

Sotto il controllo di Falerii fiorirono a nord altri importanti insediamenti come Vignanello e Corchiano che hanno seguito le sorti del centro dominante, declinando rapidamente dopo la conquista romana.
Questa sala è dedicata in particolare a Corchiano, che ha accolto fin dal VI secolo a.C. anche Etruschiben integrati nella comunità falisca. Osservando i corredi funerari esposti si colgono alcuni aspetti peculiari della società e della cultura locale.

Abbiamo un’olla di bucchero della fine del VI secolo a.C. con i resti cremati di un individuo adulto di sesso maschile. Non è l’unico esempio dell’uso, seppure sporadico, della cremazione, che si affianca nelle tombe a camera al rito della inumazione. Il fenomeno è noto anche altrove ma a Corchiano l’uso di contenitori modesti, come in questo caso, o addirittura l’assenza di un contenitore delle ceneri, la posizione marginale all’interno del sepolcro, la mancanza di corredo, fanno pensare a personaggi di estrazione sociale più umile rispetto ai defunti titolari della tomba.

Osserviamo ancora in questa stessa vetrina oggetti particolari in ceramica argentata, ad uso prevalentemente femminile: figurine ammantate interpretate come strumenti per la cura della persona e i cosiddetti sostegni a testa femminile. Sono, questi, elementi ricorrenti nei corredi funerari a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C., espressione di una società nella quale gli inevitabili fenomeni di integrazione sociale determinano la nascita e la formazione del ceto medio.

Proprio questa nuova classe sociale, che emula l’aristocrazia, ed ostenta il benessere conquistato, inserisce nel corredo funebre oggetti e vasi in terracotta che riproducono, a volte solo all’apparenza, il vasellame da banchetto in bronzo. Gli stessi colini esposti non sono funzionanti, presentano infatti dei fori finti.

Nelle necropoli di Corchiano sono comunque presenti tombe appartenenti a persone di rango elevato: ne sono unna testimonianza i vasi di importazione greca, i ricchi monili purtroppo perduti, i bronzi che evocano il rituale del banchetto.

Sul fondo della camera, su un pilastrino, era un vaso falisco a figure rosse di pregevole soggetto mitologico-narrativo, certamente un vaso realizzato su commissione; la particolare posizione assegnata all’interno del sepolcro e il tema decorativo rappresentato, la storia di Telefo e Oreste, sottolineano la volontà del defunto di ricollegarsi ad un ideale eroico di tipo ellenizzante.

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SALA 7

La Sala 7 continua ed integra l’esposizione sui santuari urbani ed extraurbani di Falerii Veteres, esponendo alcune ricostruzioni delle decorazioni esterne in terracotta policroma di due dei maggiori templi della capitale falisca, quello di Vignale (località posta su un pianoro al di fuori delle mura cittadine) e quello dello Scasato, posto invece all’interno della città.

Si tratta di lastre di terracotta, ascrivibili al V sec. a.C., caratterizzate da decorazioni architettoniche a rilievo ed originariamente dipinte a vivaci colori poste a copertura delle pareti esterne e degli spioventi del tetto degli edifici sacri.

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SALA 8

Bambine, spose, madri: le tappe fondamentali della vita di una donna si riflettono nei corredi funerari e nei santuari dei Falisci. Alla donna è dedicata questa sala con testimonianze da Narce, il sito dove è stato possibile distinguere sepolture di bambine e fanciulle da quelle di donne adulte.

Nella gran parte dei casi si tratta di sepolture di “piccole donne” che non hanno raggiunto neanche raggiunto l’età adolescenziale che coincideva con l’età da matrimonio.

La maternità poteva essere molto rischiosa soprattutto in età avanzata quale, per l’epoca, erano i 30-40 anni. E’ questa l’età di una donna di alto rango in avanzato stato di gravidanza, cremata, insieme al feto, nella prima metà dell’VIII secolo a.C.

Il corredo funebre comprendeva non solo gli ornamenti della donna, ma anche i monili miniaturizzati dell’infante, forse venuto alla luce prematuramente e sepolto con la madre con tutti gli onori del rango.

Un altro straordinario esempio di legame familiare ci mostra una madre e una figlia sepolte insieme; entrambe indossavano monili preziosi quali pendenti di ambra a foggia di figurine femminili nude con le mani sul ventre e di scimmietta; ancora amuleti a cui si attribuiva la funzione di proteggere la fertilità e dunque la continuazione della stirpe nel matrimonio.

Anche gli strumenti del lavoro femminile, un fuso, una forcella per tessere e un pendente a pettine utilizzato nella cardatura della lana, contraddistinguono esclusivamente la “madre” che, con le nozze, è divenuta la signora della casa, preposta alla gestione delle attività produttrici, soprattutto nel campo della tessitura.

I fusi e le conocchie in pregiata lamina di bronzo, simbolo di elevata condizione sociale, sono deposti lungo i fianchi della defunta, in posizione di utilizzo. La cerimonia funebre esalta dunque il ruolo di filatrice, soprattutto in sepolture di particolare rango, caratterizzate anche da ornamenti e oggetti di pregio, come è possibile vedere nelle altre vetrine.

Verso la fine dell’VIII secolo a.C. l’accumulo di ricchezza nelle tombe femminili raggiunge a Narce picchi eccezionali, ben esemplificati dal corredo della defunta esposto nella vetrina centrale, con monili sontuosi e altri elementi distintivi del rango come il flabello e il vasellame in bronzo. La defunta, riccamente abbigliata, era distesa su un telo decorato lungo i margini da placchette di bronzo con bottone d’ambra, un apprestamento prezioso, certo collegato con la pompa funebre e con l’esposizione della salma.

Di grande rilievo è la presenza del calesse, carro da trasporto utilizzato sia nella cerimonia nuziale che in quella funebre, status symbol allusivo anche ai diversi passaggi dell’esistenza femminile fino a quello verso la vita ultraterrena.

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SALA 9

La produzione degli impasti incisi trova nella cultura falisca del VII secolo a.C. un’ampia gamma di manifestazioni a livello locale.

A Narce, in particolare, si osservano creatività nella scelta delle forme e delle decorazioni come pure voglia di sperimentazione tecnica con vasi in impasto che si avvicinano alle produzioni in bucchero.

Tra le testimonianze più significative di questo impegno artigianale spiccano due grandi vasi biconici, opera di uno stesso artista: si tratta di vasi unici per la decorazione figurata che si allontana dagli schemi fissi adottati in altre produzioni e rivela piuttosto un intento narrativo; in particolare nel biconico con manico verticale il fregio in alto è decorato con una scena di caccia, dove la figura umana affronta esseri mostruosi, probabilmente leoni alati, mentre nel fregio inferiore sembrerebbe rappresentata una danza armata.

Nell’altro vaso è una serie di cavalli alati, unica rappresentazione del tipo a Narce.

L’artigiano ha adottato in maniera molto personale la tecnica dell’excisione, raramente attestata a Narce, che consiste nello scavare la superficie del vaso per realizzare la decorazione, arricchita abitualmente dal colore aggiunto rosso e bianco.

In questo caso il segno exciso è particolarmente sottile, poco adatto ad accogliere il colore ma è probabile che si tratti di un artificio voluto per creare un effetto coloristico nel contrasto tra la scabrosità della decorazione e la superficie lucida del resto del vaso.

Da sempre il rito ha rappresentato una parte fondamentale nella celebrazione delle cerimonie, sia nel culto dei morti sia in quello che regola il rapporto tra gli uomini e la divinità.

Spesso la presenza di santuari e di aree sacre nel territorio sono rese evidenti dalla scoperta di ex-voto. A Narce un importante santuario sulla sponda del fiume Treja ha restituito un complesso di offerte votive, solo in piccola parte esposte.

Gli oggetti, distribuiti in un arco di tempo molto ampio tra il V e il II secolo a.C., sono riferibili ad un culto legato a divinità femminili, di cui ignoriamo il nome. Certamente però vi erano venerate Demetra e la figlia Persefone.

Nella seconda metà del III secolo a.C., alle soglie della romanizzazione, sicuramente le dee titolari del santuario erano Minerva Maia e Fortuna, i cui nomi erano scritti su due altarini di tufo.

In ogni caso,in ogni momento della storia del santuario, il culto era indirizzato alla tutela della famiglia, nucleo portante della società, in tutte le fasi della sua formazione e crescita.

Attraverso il tempo si colgono le trasformazioni del culto anche nella tipologia delle offerte votive. Nelle fasi più antiche, del V e IV secolo a.C. i busti e le teste femminili sottolineano con i loro diademi e i monili (collane e orecchini) l’appartenenza ad un ceto urbano abbiente che offre alla divinità la propria immagine riccamente abbigliata per celebrare il passaggio all’età adulta con le nozze.

Nelle fasi più recenti il tema della protezione dell’infanzia prende il sopravvento; una particolare attenzione è indirizzata allo sviluppo della prole, della quale si colgono tutti i passaggi vitali: dalla nascita , con l’offerta di statue di infanti fasciati, a quella del progresso motorio nel secondo semestre di vita, con i bambini accovacciati, e infine alla fase del pieno possesso delle capacità di deambulazione con le statue di bambini stanti.

Uno degli aspetti più rilevanti di questo santuario è però quello della celebrazione del rito da parte dell’officiante in cerimonie che prevedevano l’uccisione di animali, la cottura delle carni, la distribuzione delle parti edibili tra i partecipanti al rito e infine l’offerta alla divinità di piccole porzioni del rimanente.

Eccezionale è la scoperta dello strumentario utilizzato dal sacerdote per queste cerimonie: una coppia di alari in ferro e le pinze da fuoco rinvenute nella posizione originale sopra un grande piatto vassoio, così come è esposto in vetrina.

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BASTIONE DELLA ROTONDA

Al centro della Rotonda è presente la cassa di un sarcofago ricavata da un monolite di tufo che pesa più di 1000 chili. E’ stata rinvenuta nel 2012 a Narce, centro principale del territorio falisco meridionale. Il sarcofago presenta una singolare caratteristica sul fondo: una sottile scanalatura, ottenuta a scalpello, collegata ad un foro ricavato nel lato breve della cassa. Tale accorgimento doveva favorire il deflusso dei residui organici del corpo e la loro fuoriuscita attraverso il foro della cassa; ne è la prova la forma a Y ove il punto di congiunzione dei due segmenti superiori è idealmente riferibile al bacino del defunto. Questa particolare cura nella predisposizione della sepoltura lascia supporre che il corpo del defunto sia rimasto per un breve periodo esposto all’interno del sarcofago prima della chiusura. La perdita dei liquidi, ritenuti impuri, avrebbe permesso di mantenere il corpo in un migliore stato di conservazione in questo lasso di tempo, ma anche di purificarlo simbolicamente prima della chiusura definitiva del sepolcro.

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